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La grande, vera strada del vino della Campania passa per il Beneventano, l’antico Sannio: solo qui è possibile percorrere in auto chilometri e chilometri di strade immerse tra le vigne che rappresentano una delle attività principali del territorio.
Dalle pianure del Volturno e del Calore fino al massiccio del Matese, il paesaggio cambia continuamente ma resta il filo rosso di un’area poco conosciuta dal turismo di massa con paesi e tradizioni tutte da scoprire. E’ l’unica provincia dove sono nate innumerevoli cantine e ben tre cantine sociali: Solopaca, Taburno e Guardiense e questo fa intuire che per molto tempo si è puntato più sulla quantità che sulla qualità anche se l’inversione di rotta, in questi ultimi anni, è stata per fortuna sensibilissima. La presenza di cantine sociali però non ha favorito come altrove (con qualche eccezione, ovvio) la nascita di piccoli produttori di qualità anche se, negli ultimi anni, anche le Cantine sociali si stanno riconvertendo, magari con produzioni di nicchia, al discorso della qualità. I vitigni che dominano in quest’area sono - per i bianchi - falanghina e greco, con trebbiano, coda di volpe e malvasia (per le doc Solopaca, Taburno e Guardiolo) in percentuali diverse mentre per i rossi prevale l’aglianico (doc aglianico del Taburno) ma sono presenti massicciamente anche sangiovese e barbera del Sannio.
Quella di Solopaca è la doc più “ampia” della Campania, 1228 ettari vitati, e una delle più conosciute proprio perché, grazie alla quantità, il Solopaca entrava - quasi sempre sfuso - in tutte le cantine d’Italia. Destino che lo unisce al Guardiolo di Guardia Sanframondi, altro piccolo centro del Sannio.
Oggi si fa un gran parlare di vitigni autoctoni, ma sicuramente all'inizio degli anni '90 fu una vera e propria invezione: il lancio commerciale della Falaghin, questo nuovo vino bianco fu portato avanti grazie ai numeri che poteva fare la Cantina del Taburno a Foglianise. Furono le bottiglie renane di Falanghina e Coda di Volpe pensate dall'enologo Angelo Pizzi a cambiare, dopo il 1990, le abitudini del mercato regionale prima e romano poi imponendo il consumo dei bianchi campani più ricchi di struttura, freschezza e personalità e soprattutto spinti da un incredibile rapporto tra la qualità e il prezzo: difficilmente allora una bottiglia di Coda di Volpe o di Falanghina poteva costa pià di 3000 lire. Una caratteristica che è stata mantenuta nel corso degli anni con pochissime eccezioni, visto che è quasi impossibile trovare questi due vini oltre i dieci euro al consumo: il successo determina qualche problema perché le aziende e i ristoratori hanno sempre più fretta sostenuti dalla domanda ed è davvero un peccato vedere tanti vini capaci di resistere e di evolvere negli anni essere bevuti solo a pochi mesi dalla vendemmia.
Il nome della Coda di Volpe, invece, deriva dal latino "Cauda Vulpium", per la sua forma caratteristica che ricorda appunto la coda della volpe. La storia è particolarmente affascinante se si considerano oltre all’antichità che ne contraddistingue le origini anche i numerosi casi di sinonimia e omonimia segnalati da numerosi studiosi. Il primo a citarla è Plinio il Vecchio nel suo famoso Naturalis Historia che, trattando dei vitigni adatti ad essere allevati con il sistema della pergola scrive: “minus tamen, caudas vulpium imitata, alopecia”. Fu il Porta nel 1584 a sostenere che con il nome di Coda di Volpe si coltiva un vitigno identificabile con le uve alopecia sebbene tale ipotesi non fosse suffragata da elementi certi.